Beyond the Glass Ceiling

Manuela Nicolosi

Riconoscersi, sostenersi, non competere è un tipo di cambiamento che abbiamo totalmente nelle nostre mani. È uno strumento potente, è già nostro, usiamolo.

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Essere la prima significa anche prendersi gli insulti, le gelosie, le incomprensioni. Ma se toglie ostacoli per qualcuna dopo di me, allora ne è valsa la pena. Il tetto di cristallo non si rompe con un gesto, si incrina con la costanza, si sfonda con il coraggio e si tiene aperto con la solidarietà. Il punto è questo: per cambiare le regole dobbiamo essere nei luoghi dove si decide, si racconta, si ispira.

Manuela Nicolosi

Incredibile combinazione di dolcezza e volontà di ferro, Manuela Nicolosi si innamora del calcio a cinque anni, entrando per la prima volta allo stadio con la famiglia. Vorrebbe giocare, ma non le è permesso perché femmina. A 15 anni, quando l’arbitraggio si apre alle donne, decide che sarà quello il suo modo per indossare gli scarpini. Debutta in un mondo dominato dagli uomini e si lancia una sfida che le cambierà la vita.

Dopo la morte improvvisa del padre, trasforma il dolore in determinazione: vuole diventare la prima donna a dirigere una finale di Coppa del Mondo. Mentre studia, per inseguire il suo sogno si trasferisce in Francia. Guidata dal suo mantra “La vita non si aspetta, si decide”, costruisce una carriera in finanza e, parallelamente, si fa strada nell’arbitraggio. Diventa la prima italiana a rappresentare la Francia in 9 competizioni internazionali, tra cui 5 Mondiali e 2 Olimpiadi. Nel 2019 entra nella terna arbitrale tutta femminile che, per la prima volta nella storia del calcio, dirige una competizione internazionale maschile: la finale di Supercoppa UEFA tra Liverpool e Chelsea. Prima arbitra in TV a commentare la Serie A per DAZN, oggi unica arbitra italiana nella Kings League e nella Coppa del Mondo per Club. Partecipa a trasmissioni TV e crea content su calcio e mindset. Imprenditrice, formatrice, autrice, collabora con aziende e università tenendo speech e corsi su leadership, decision making, mindset e longevity. Affianca FIGC nello sviluppo del calcio femminile e sta gettando le basi per un progetto internazionale di empowerment femminile che unirà sport, coaching e biohacking.

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Manuela Nicolosi per Yalea Eyewear

Con questa campagna Yalea punta lo sguardo sull’affermazione del femminile anche in ambito professionale: una visione nitida, in cui forma e sostanza convivono e ispirano nuove visioni. Una collezione che invita a rompere le barriere e guardare oltre.

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Parlando di tetto di cristallo, il tuo momento più iconico è senza dubbio la Supercoppa del 2019: nessuno al mondo l’ha potuto ignorare. Ma ci sono mille altri tetti che hai dovuto mandare in pezzi per arrivare lì, e anche dopo. Ti hanno attaccata come professionista, come madre, come arbitro. Hai imparato a gestire solitudine e ingiustizie e, ogni volta, sei tornata più forte di prima …

“Finale di Supercoppa UEFA, in campo Liverpool e Chelsea: tempi regolamentari, supplementari e rigori e, per la prima volta nella storia dei campionati internazionali maschili, una terna arbitrale di sole donne. Quella partita è rimasta iconica sia per l’intensità sportiva, sia per il valore simbolico.
Molti nel tempo hanno provato a dirmi “Eh, ma tu sei fortunata”: ma la fortuna non c’entra. Ho fatto ogni sacrificio per seguire il mio istinto, ho lavorato durissimo, ho imparato a stare da sola, a scegliere con cura le persone che mi circondano. Come ho fatto? Davanti ad ogni decisione difficile chiudevo gli occhi e visualizzavo la mia vita senza arbitrare e, ogni volta, provavo una tristezza infinita. Poi immaginavo me stessa in finale di Coppa del Mondo e avevo i brividi per la felicità. Per questa visione, ho lasciato un lavoro d’oro mentre arbitravo per 150 euro a partita; ho sopportato per due anni il silenzio della mia famiglia che disapprovava, poi le occhiate dei colleghi che hanno smesso di parlarmi dopo la designazione per la finale di Supercoppa del 2019.

Quando poi ho accettato la convocazione in Coppa del Mondo, il 90% delle persone mi ha dato della madre indegna, perché a casa avevo una bimba di due anni e mezzo. Mai nessuno l’ha detto ad un uomo. Io mi difendevo, ma faceva male. Ma mai quanto sentire il mio (ora ex) compagno dire alla mia bambina che l’abbandonavo — l’abbandonavo — per il calcio. Mi sono licenziata, ho fatto senza la mia famiglia, ho divorziato, sono rimasta sola. Ma non ho mollato, mai. Ho studiato tanto, anatomia, alimentazione, PNL, neuroscienze, gestione dello stress. Sono diventata la coach di me stessa. Ho continuato a correre, allenarmi, mi sono presa tutto quello che avevo sognato e oggi anche di più. Mia figlia ora è una splendida adolescente e vede la verità. La cosa che in assoluto mi riempie di orgoglio è quando, dai suoi racconti, capisco che i valori che le ho trasmesso e i sacrifici che mi ha visto fare sono per lei un modello. Le ripeto sempre: “Se ci credi, con lavoro, sacrificio, costanza e determinazione puoi fare tutto.” Ed è la stessa cosa che mi sento di dire a chiunque stia leggendo questa intervista: visualizzate la vostra vita con e senza il vostro sogno, poi agite di conseguenza. Senza mollare mai, per nessuno.”

Se il muro non crolla, costruisci una scala. La strategia è parte del coraggio

A volte, invece di sbattere contro un ostacolo, è meglio fare scelte per aggirarlo. Con strategia, adattando il percorso, senza mai tradire l’obiettivo. Lo sa bene Manuela: “Ho imparato che, se ci sono muri che non possono essere abbattuti in quel momento, non bisogna perdere troppa energia in quel punto. A volte serve allontanarsi un po’ e guardarsi intorno, per avere più prospettiva e trovare un’altra strada in linea con l’obiettivo. È quello che ho fatto quando sono andata in Francia, quando ho lasciato la carriera in finanza, quando ho resettato la mia vita personale e affettiva. Se una decisione diventa un passo in più verso il tuo sogno, anche se su una strada diversa, va bene, rimodula e vai avanti.” È così che si trasformano le difficoltà in trampolini e si impara che il coraggio non è solo forza bruta, ma anche intelligenza e visione.

Imparare a dirsi “brava” e a gestire dubbi e paure sono due step fondamentali per tenere le redini della propria vita. Come hai messo a fuoco queste due importanti regole e come possono aiutare ogni donna a conquistare, giorno per giorno, obiettivi piccoli e grandi?

“Se c’è una cosa che ho imparato, è che dobbiamo sostenere noi stesse come facciamo con chi amiamo. Perché quando una figlia, un’amica, un collega ti dice “Ho un sogno”, sicuro rispondi “Vai, credici, ce la farai!” Ma quando quel sogno è nostro, la voce dentro cambia: “Sei sicura? Sei abbastanza brava? Ma chi te lo fa fare?” Ecco, io ho imparato a rispondere a quella voce “Sì, sono sicura. Sì, sono brava. Sì, me lo fa fare il mio sogno.” Perché se non siamo noi le prime a crederci, chi lo farà al posto nostro? Ho attraversato momenti durissimi, ma ogni volta, ho scelto di non mollare. E ho imparato a dirmi brava, perché non ce lo diciamo mai abbastanza. Raramente ci battiamo una mano sulla spalla dicendo “Hai fatto qualcosa di grande.” E invece è il primo passo, perché quando impari a riconoscere il tuo valore, cambia tutto.

Ci instillano quella modestia a tutti i costi, che non ci permette di riconoscere il valore dei nostri sforzi. Se ti liberi di questo, non ti serve più l’approvazione degli altri. Non ti ferma più il giudizio. Non ti blocca più la paura. Perché sai chi sei. E sai cosa vuoi. La paura la conosco bene, c’era quando mi sono trasferita in Francia e non conoscevo nessuno, nemmeno la lingua. Quando ho lasciato un lavoro d’oro per l’arbitraggio gratuito. Paura del giudizio, della solitudine, di non farcela. Paura di lasciare mio marito, di crescere mia figlia da sola, di non essere una brava madre. Ci insegnano a sorridere anche quando stiamo male. Ma non va bene: dobbiamo ascoltare tutte le emozioni, perché solo quando le accettiamo, possiamo trasformarle. La paura non è il nemico. È il segnale che stiamo facendo qualcosa di importante. Non è debolezza: è consapevolezza. E se in quel momento dici “Sì, lo faccio comunque”, allora sei già oltre. Ora la porto con me come una compagna. Non la scaccio, ci parlo, le dico “È normale che tu sia qui.” Ogni volta che ho avuto davvero paura, poi ho fatto qualcosa di grande. Perché il coraggio non è l’assenza di paura. È la scelta di agire nonostante tutto.”

Come ci hai detto, parità è più di una parola, e per molti è ancora un asset da conquistare e difendere con azioni quotidiane. Cosa serve perché singoli episodi di apertura diventino un cambiamento strutturale? Cosa manca per non dover parlare più di eccezioni, ma di normalità basata sul talento?

“Il punto è questo: per cambiare le regole dobbiamo essere nei luoghi dove si decide, si racconta, si ispira. È questo il punto. Senza rappresentanza nei ruoli chiave, non possiamo cambiare davvero le regole. Per questo io continuo a esserci. A parlare. A fare. A prendermi tutta la visibilità che posso nelle situazioni male-dominated. E dobbiamo fare rumore quando ci propongono situazioni ingiuste, quando richiedono la nostra presenza per pulirsi la coscienza e dare uno zuccherino alla categoria. Quando siamo le uniche donne, ma in ruoli o situazioni che contano poco, non dobbiamo sentirci onorate, dobbiamo smascherare questo gioco. Vi faccio un esempio: una volta mi hanno invitata come relatrice ad un festival, che toccava il tema dell’essere felici: sei relatori, solo io donna. Potevo prenderla come una caramella per il mio ego, ma ho rifiutato, perché ci doveva essere almeno un’altra donna. La felicità non è prerogativa dei maschi, per quanto ne so.

Quando siete le uniche, ogni volta che potete, cercate sempre di fare posto anche per un’altra donna. Perché mentre continuiamo a lavorare per una parità reale, è importante continuare a farsi sentire, fare spazio e legittimare altre donne di talento. Quando incontro donne forti, belle, intelligenti, preparate, io applaudo. A scena aperta. Perché riconoscersi, sostenersi, non competere è un tipo di cambiamento che abbiamo totalmente nelle nostre mani, nessuno tranne noi può interferire con questo. È uno strumento potente, è già nostro, usiamolo. Io non voglio essere l’unica, voglio essere la prima, ma non per pura gloria personale, perché so di essere strutturata per reggere i colpi. Perché se io vado per prima, dopo di me qualcuna potrà farsi avanti con meno ostacoli. E più spesso.”

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